Ugo Sivocci

Ugo Sivocci nacque ad Aversa (CE) nel 1885.
La madre, Maria Clerice, casalinga, ed il padre Giuseppe, professore di pianoforte e direttore d’orchestra, erano spesso in viaggio per motivi di lavoro e durante una di queste trasferte, il 29 agosto, venne alla luce Ugo, primo di 8 figli.
Tra i suoi fratelli ci fu chi, come lui, intraprese una carriera sportiva e mi riferisco ad Alfredo, campione di ciclismo e chi, come sua sorella Giuditta, seguì la professione del padre, dedicandosi alla musica e diventando insegnante di arpa. L’ attività di pilota-collaudatore di Ugo ebbe inizio ai primi del 900. 
La prima notizia di una sua gara automobilistica è del 1906, nella corsa in salita Torino - Colle del Sestriere, su vettura O.T.A.V.
 (Officine Turkheimer Automobili e Velocipedi) di Milano. Con questa stessa marca, già nel 1904,  aveva partecipato ad alcune gare ciclistiche, da professionista, con ottimi risultati.
In quel periodo frequentava Milano un ragazzo ancora sconosciuto: Enzo Ferrari che, dopo gli insuccessi di Torino, cercava in questa città la sua strada. Per lui fu un periodo difficilissimo e, come scrisse in una sua biografia, per le difficoltà che stava incontrando nell’affermarsi, meditò addirittura il suicidio. Per sua fortuna conobbe Ugo. Si incontrarono in un locale di Milano, il bar Vittorio Emanuele di via Orefici 7, frequentato dagli sportivi dell’epoca e divennero subito amici fraterni.
Ugo e la sua famiglia (la moglie Marcella Cabrini e il loro figli Riccardo e Renato) abitavano in piazzale Rottole, oggi diventata piazza Durante e, tra un lavoro e l’altro, in quegli anni di sacrifici, Enzo Ferrari fu spesso ospite in casa loro. 

Nel 1919 Ugo propose ad Enzo un lavoro come collaudatore alla C.M.N. e, poco tempo dopo, gli diede la possibilità di debuttare come pilota nella gara Parma-Poggio di Berceto del 1919. Ugo e la sua famiglia (la moglie Marcella Cabrini e il loro figli Riccardo e Renato) abitavano in piazzale Rottole, oggi diventata piazza Durante e, tra un lavoro e l’altro, in quegli anni di sacrifici, Enzo Ferrari fu spesso ospite in casa loro. Nel 1919 Ugo propose ad Enzo un lavoro come collaudatore alla C.M.N. e, poco tempo dopo, gli diede la possibilità di debuttare come pilota nella gara Parma-Poggio di Berceto del 1919. In quello stesso anno parteciparono anche alla 10^ TF, avvenimento da loro ricordato soprattutto per una marcia di avvicinamento molto avventurosa. Non so se anche le altre case automobilistiche dell’epoca usavano lo stesso metodo, ma alla CMN, per raggiungere il circuito di gara, misero in strada le vetture da corsa con alla guida i due piloti. Sivocci e Ferrari  presero quindi la strada per raggiungere Napoli, dove dovevano imbarcarsi per la Sicilia. Durante il viaggio, in una notte buia e tempestosa (come direbbero nei romanzi d’avventura) sull’altopiano abruzzese delle “5 Miglia” vennero assaliti da un branco di lupi che furono scacciati dalla pistola di Ferrari. Giunti in Sicilia, l’episodio venne subito ripreso e mitizzato dai cronisti locali che  fecero diventare i piloti 2 eroi. L’esito della gara passò in secondo piano, anche perché non fu dei più esaltanti (Sivocci 7° e Ferrari fuori tempo max).

Poco dopo Ferrari passò in Alfa Romeo e non trascorse molto tempo che chiamò con sé Ugo, ricambiando il favore ricevuto qualche mese prima. Si costituì così la 1^ squadra corse dell’ Alfa Romeo, composta da Ascari, Campari, Ferrari e Sivocci (i tifosi dell’epoca, e per primo Orio Vergani, li chiamarono “i 4 moschettieri”). Iniziò quindi a gareggiare con l’Alfa Romeo, ottenendo buoni piazzamenti, con qualche 1° posto di categoria, ma nessuna vittoria assoluta. La prima vittoria arrivò finalmente nel 1923, nella XIV Targa Florio. In quella occasione, prima della partenza, pensò di dipingere sulla fiancata della sua vettura un quadrifoglio verde, che da allora non ha più lasciato le vetture Alfa Romeo più prestigiose. Dissero che fu un gesto scaramantico, ma più probabilmente quel simbolo, sicuramente beneaugurante, aveva lo scopo di far riconoscere la vettura al primo sguardo, anche da lontano,  quando correva sulle polverose strade di allora. Che non fosse superstizioso lo dimostra anche il fatto che vinse con la vettura n° 13 e morì, quello stesso anno, a Monza, sulla vettura n° 17.  La superstizione venne dopo, perché da quel momento in poi nessuno usò più in gara il n° 17 e credo che, almeno in Italia, sia così ancora oggi. Come ho appena detto, morì quello stesso anno a Monza durante le prove del GP d’Italia, sulla esordiente Alfa Romeo G.P.R. P1. 

Il suo Quadrifoglio, che non era stato ancora dipinto sulla fiancata della vettura, poggiava su uno sfondo bianco a forma di rombo, quindi con  4 vertici, quanti erano i piloti della squadra Alfa Romeo. Dopo di allora una delle punte venne tolta, proprio per ricordare la sua scomparsa e il simbolo che conosciamo oggi è dipinto su sfondo triangolare. Con quella gara terminò anche la collaborazione del progettista Giuseppe Merosi con l’ Alfa Romeo e iniziò il periodo di Vittorio Jano, che progettò la Tipo P2, vettura vincente da subito e per molti anni a seguire, soprattutto con Antonio Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari.
Enzo Ferrari ha sempre ricordato con affetto e riconoscenza il suo fraterno amico Ugo e quei pionieristici e avventurosi anni. Per questo motivo, qui di seguito potete trovare, per gentile concessione dell’autore, un estratto del libro di Leo Turrini “Ferrari – un eroe italiano” dove, meglio che in altre opere, viene descritto quel periodo della loro vita passata insieme.

        Giorgio Sivocci (2012)